Chi sono

Sono Roberto Vigasio. Sono nato a Brescia nel 1973, terzo di una famiglia che ha eletto l’immagine a proprio linguaggio: mio padre era fotografo, e prima di lui i miei nonni.

La mia infanzia ha avuto il profumo dei reagenti chimici e il sapore delle storie che inventavo giocando con vecchie lastre e negativi scartati. Senza saperlo, stavo già imparando che la fotografia non è solo tecnica: è immaginazione, memoria, relazione.

Il mestiere, e poi il 2013

Ho attraversato tutta la parabola: il buio della camera oscura, il digitale, e oggi l’intelligenza artificiale. Da giovane ho esplorato ogni genere fotografico, ma è nel ritratto che ho trovato la mia vocazione.

Per anni la fotografia è stata il mio lavoro. Poi, nel 2019, qualcosa si è mosso: ho iniziato un percorso di ricerca personale che ha cambiato radicalmente il mio rapporto con lo scatto. La macchina fotografica ha smesso di essere uno strumento di rappresentazione ed è diventata un modo per incontrarmi.

Ho ricominciato a fare ritratti, ma con un’intenzione diversa: non più rappresentare un volto, ma leggere gli sguardi, incontrare le sensazioni, costruire uno spazio condiviso con la persona che ho davanti.

Un anno, ogni giorno

Nel 2021 mi sono fotografato ogni giorno per un anno. Trecentosessantacinque autoritratti — il #selfportraitproject365— per esplorare le mie moltitudini.

Non è un titolo che esibisco. È il tirocinio che rende sensato tutto il resto.

Osservarmi ogni giorno, con la maggior neutralità possibile, mi ha permesso di scalzare il pregiudizio verso la mia immagine estetica, le etichette sociali, le identità fittizie che l’ego costruisce. Ho scoperto che dentro di me — come dentro chiunque — c’è una bellezza esente dal giudizio. La sfida vera è stata accettarla.

È l’unico motivo per cui, oggi, ha senso che qualcuno mi presti la propria faccia: perché quel lavoro l’ho attraversato prima su di me.

Il libro

Quell’anno è diventato un libro: #selfportraitproject365. Alla scoperta dei miei super poteri (Bams Photo, 2022). Ci sono i 365 autoritratti e alcune note con le riflessioni che ho avuto lungo il percorso.

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La formazione

Nel 2020 mi sono formato all’Istituto di Fototerapia Psicocorporea di Bologna, dove ho osservato e sperimentato la forza dell’immagine anche in ambito terapeutico. Dal 2023 faccio parte del corpo docenti.

Nel 2023 sono diventato facilitatore del metodo SPEX — The Self-Portrait Experience, il dispositivo artistico creato da Cristina Nuñez, che usa l’arte autobiografica — fotografia e video — per la trasformazione individuale e sociale.

Il mio lavoro artistico

Nel 2022 ho esposto al Ma.Co.f di Brescia con una mostra interattiva che ha raccolto oltre trecento riflessioni condivise dai visitatori sull’impatto evocativo delle immagini, e sono stato ospitato dalla Sacripante Gallery di Roma. Un’opera del progetto è pubblicata nel volume FT Fotografia Transfigurativa vol.1.

Da due anni porto avanti una ricerca sul ritratto: cerco quel dettaglio che punge — il punctum di cui scriveva Barthes — nel momento stesso dello scatto, e poi riguardo le immagini insieme alle persone ritratte, per cercare insieme a loro le tracce più profonde di ciò che sono.

Quella ricerca non è chiusa in uno studio: è diventata un percorso che si può attraversare. Si chiama Lasciarsi guardare.

Come lavoro

Accompagno le persone in percorsi individuali e di gruppo di fotografia terapeutica psicocorporea. Uso la fotografia, esercizi di creatività e di scrittura.

Non sono percorsi clinici. Sono percorsi che portano più consapevolezza, uno sguardo diverso, più presenza.

Nei miei percorsi la fotografia si spoglia della tecnica per diventare puro strumento di incontro con sé stessi.

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